L’OPINIONE – “Sul futuro delle province”

Bel dibattito, quello sul futuro delle province italiane: complesso ma affascinante, perché pieno di sfaccettature da tenere in considerazione, che riguardano temi importanti e difficilmente conciliabili, come la spending review e l’identità territoriale.

Quindi credo che, per fare un’analisi compiuta, sia necessario partire da alcuni dati oggettivi.

Innanzitutto: quanto ci costano le province? Sono 110, gli enti provinciali in Italia: costo annuo 17 miliardi di euro. Di cui, all’incirca: 2,15 miliardi per gli stipendi dei dipendenti – chissà se il dato comprende anche i nostri precari -, 115 milioni di euro per gli stipendi dei 4.200 politici provinciali, 4,1 miliardi di euro per spese di gestione della macchina burocratica e poi c’è tutto il resto. Nonostante le cifre, questi enti sono sempre in passivo: basti considerare che il debito complessivo delle province nel 2008 (ahimè, dato un po’ vecchiotto, ma online non si trova di meglio. Beata trasparenza…) era pari a 11.558.700.801 di euro.

Ora, alla luce di ciò: il gioco vale la candela? Mi spiego meglio: gli utili o i benefici per i cittadini sono bilanciati di fronte a tal costo? Beh, la mia risposta è no.

La sproporzione è evidente e il rapporto qualità/prezzo decisamente svantaggioso. Non solo perché molte delle attuali competenze delle province potrebbero essere demandate ai comuni, che per eccellenza rappresentano l’amministrazione più vicina al cittadino, ma perché in una nazione dove la barocca elefantiasi istituzionale non ha prodotto altro che corruzione, clientela e sprechi mantenere in vita enti intermedi quali le province (ma anche le regioni) è solo masochismo. O opportunità, come al solito a vantaggio di pochi e a detrimento di molti.

E fa rabbia pensare che, con questi 17 miliardi, potevamo pagarci l’Imu (9,7 miliardi) e la Tassa sui rifiuti (8 miliardi): sarà populismo becero, ma sono certa che i proprietari delle insolitamente numerose macchine che girano per Viterbo quest’estate, leggendomi, penseranno “Ah, però!”. E censuro il resto.

Un ragionamento che ci porta dritti dritti, quindi, non solo all’abolizione delle province, ma anche al dimezzamento dei parlamentari e al varo del senato delle regioni, provvedimento che ci permetterebbe di eliminare un altro ente – le regioni – ancor più pesante, inutile e costoso delle province. Senza contare la pessima pubblicità che si sono fatte negli ultimi mesi, tra i vari casi Fiorito, Penati, Del Turco e via e via. Un lusso che non ci possiamo più permettere, quello della moltiplicazione delle poltrone per i politici e dei posti di lavoro per gli amici.

Sull’altro piatto della bilancia, però, c’è l’identità territoriale: la dimensione di cittadinanza di chi si sente viterbese, italiano ed europeo. Anche etrusco, nel nostro caso. Assurdo pensare di essere accorpati a Roma. Ma non credo che la nostra identità sia legata al mantenimento in vita di un ente “ibrido” come la provincia. Basta burocrazia, basta moltiplicazione degli incarichi, basta ridondanza, basta sprechi. Vanno tagliate: perché la mentalità del “chi lascia la strada vecchia per quella nuova…”, di chi ha paura che tanto c’è sempre qualcosa di peggio, è la stessa mentalità che ha portato la mia generazione ad essere la prima, dal dopoguerra, ad avere una prospettiva di vita peggiore dei propri padri, a non poter immaginare il futuro, a vivere il precariato come una condizione esistenziale.

Abolendo le province compiamo un primo passo verso la riforma della nostra architettura istituzionale e rappresentativa e diamo una bella boccata di ossigeno alle casse dello stato: di questi tempi non mi sembra poco.

Chiara Frontini

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